Il nostro pane quotidiano

Titolo originale: City girl

Regista: Friedrich Wilhelm Murnau

Anno: 1930

Un contadino (Lem) va dalla remota campagna del Minnesota all’imponente Chicago a vendere una partita di grano e se ne torna con pochi soldi e una moglie (Kate). Il padre, al ritorno, la fa pagare ad entrambi, rovinando il loro matrimonio fino al dramma finale, che porta alla speranzosa riconciliazione.
Il film è una bellissima critica della società: il salto epocale tra il passato della campagna e il futuro della metropoli è ben mostrato dagli occhi dei due protagonisti, che vengono da questi due antipodi.
In principio la metropoli è per il contadino, che non ha un preconcetto di essa, una stupefacente scoperta, la guarda ammirato, ne compra le cartoline. Poi però la realtà presenta il conto: tra tante belve pronte a sbranarlo, in affari l’impaurito contadino può solo perderci, appena si alza qualcuno è pronto a prendergli il posto e la caotica massa metropolitana lo confonde. La conseguente spaesata solitudine lo porta a legarsi con una cameriera, l’unica che sembri trattarlo con calore e gentilezza.
Kate ci fa vedere “da dentro” come si sta in città; lavora fino allo sfinimento, vive in un tugurio col treno che le passa di fianco alla finestra, un’impolverata piantina sul davanzale è il suo unico contatto con la natura e un canarino meccanico è la sola voce che non le dia un ordine. Il ché è come dire che le più autentiche interazioni in città l’uomo le ha con le macchine, perché se le uniche cose che gli uomini si dicono sono richieste a soddisfare i propri bisogni, allora anche la cameriera diventa una macchina, quindi diventa normale che sia solo un’altra macchina a poter parlarle. La massa individualista, prepotente, egoista e maschilista che la circonda la fanno sentire completamente sola, per questo quando vede il gentile e semplice contadino se ne innamora, vede in lui un mondo fatto di tranquilla felicità, amore e calore che la salverà dalla sfinente città.
I due si sposano e si trasferiscono in campagna. Ma la campagna non è ciò che la ragazza si aspettava e le bellissime immagini dei due sposini che si rincorrono tra i campi di grano sulla via di casa sono l’unico momento felice della vicenda. All’arrivo a casa la realtà si dimostra completamente diversa, a causa dei duri ritmi di lavoro e soprattutto a causa del burbero, avaro, padre-padrone che fa di tutto per rovinare il loro matrimonio e cacciare la ragazza. A ciò si aggiungono gli altri contadini, che non perdono occasione di molestarla, tentando di distruggere definitivamente il matrimonio. L’ignoranza, il pregiudizio e la violenza sono lo sfondo di questo mondo tutt’altro che bucolico, dominato dallo stesso sfruttamento della civiltà industriale: il guadagno e l’interesse personale sono le sole cose che contano.
La tensione continua a salire fino al dramma finale, dove il padre per poco non uccide Lem, che stava cercando Kate che stava scappando di casa.
Il film sarebbe dovuto probabilmente finire qui, con la morte del figlio. La critica delle due società sarebbe stata completata dalla tragedia personale. Una critica delle due società in cui l’uomo è vissuto negli ultimi millenni, quella contadina e quella industriale, alla radice trasla in una critica dell’uomo, il quale non riesce a non prevaricarsi, competere. Le prepotenze, le violenze, i soprusi e lo sfruttamento sono il pane quotidiano. Ci sono delle differenze: se nella città è l’individualismo estremo ad alienarci, in campagna è l’oppressione della costante presenza degli altri a reprimerci. Per una donna, poi, tutto è più difficile: vista come stupida, fragile, dipendente, confinata a servire gli uomini, sia che lo faccia come cameriera in città che come moglie in campagna, è per gli uomini un trofeo, quindi un oggetto, da conquistare ad ogni costo, attraverso un crescendo di battutine, bugie, molestie, prepotenze, violenze. La sua volontà non conta, non ha voce in capitolo.
Ma un finale così tragico da film neorealista era (ed è) probabilmente troppo per Hollywood di inizio anni ‘30, o forse Murnau ha voluto davvero dare un messaggio di speranza: con la bontà, il perdono e la comprensione si potrebbe vivere insieme felicemente.
I personaggi di campagna, a parte il protagonista, sono molto caricaturali (il contadino testardo, avaro e prepotente, la donna compassionevole, servizievole, piena d’impaurito amore), forse perché effettivamente la loro semplicità li rende macchiette ma probabilmente perché quello rurale era un mondo che Murnau non conosceva. In città si vede tutta un’altra storia: i personaggi sono descritti benissimo in poche immagini, con semplici comportamenti, senza dover ricorrere a didascalie nè comporamenti esagerati. Interessante notare come il preoccupato nervosismo del protagonista nel cercare il biglietto del treno che deve presentare al controllore sia lo stesso di quando deve dare al padre il foglietto col prezzo di vendita: segno che il padre è visto come autorità e l’autorità fa paura perché vista come il padre. In questo semplice parallelo c’è tutta la natura del protagonista, il quale è gentile in parte perché ama la buona madre e in parte perché teme il cattivo padre.
La recitazione è in linea con l’epoca e con le limitazioni del muto: le emozioni e i comportamenti devono essere esagerati per poter permettere una narrazione chiara e immediata. Il ritmo del film è giusto, mai troppo lento, mai troppo veloce: il merito è di un montaggio perfetto. In quanto a fotografia, Murnau non ha paura di sperimentare, girando in tutti i possibili tipi di luce: interni, esterni, notte, giorno, chiariscuri, ombre. Generalmente la camera è fissa ma non mancano eccezioni come la bellissima rincorsa tra il grano. La trama è semplice e narrata con uno stile da commedia amorosa nella prima parte e da tragedia nella seconda.
Come documento dell’epoca, interessanti sono le immagini della borsa e soprattutto la narrazione della mietitura e trebbiatura del grano.

Voto: 8

An interesting story

Regista: James Williamson

Anno: 1904

Un uomo è così preso dalla lettura di un libro che arriva ad ignorare completamente la vita di tutti i giorni, finendo per ammazzarsi.
Una comica divertente e intelligente, piena di narrativa nonostante i pochi minuti in cui si conclude, che prende in giro il pensatore che preferisce vivere nei libri invece che nella vita reale: mangiare, camminare, vivere, sono cose necessarie ma interessante è solo il mondo delle idee.

Voto: 7

L’ora di religione (Il sorriso di mia madre)

Regista: Marco Bellocchio

Anno: 2002

Un uomo onesto e coerente combatte le pressioni della società borghese.
Ernesto, un pittore ateo e probo, viene coinvolto nel processo di santificazione di sua madre. Non collabora, rifiutando un’idea che va contro la sua morale, nonostante le pressioni della famiglia e della società siano opprimenti.
La distanza tra Ernesto e il mondo circostante è simboleggiata dal sorriso del sottotitolo: quello degli altri è falsa manipolazione, quello della madre un’espressione della sua passiva indifferenza, quello di Ernesto sincera esternazione delle proprie emozioni.
Chiaro riferimento all’Earnest di Wilde e a otto anni dalla fine della Prima Repubblica, il regista riflette su quanto sia sempre più difficile pensare criticamente e seguire le proprie convinzioni, disposti a mettersi contro tutti, e quanto sia facile abbandonarsi al conformismo e all’utilitarismo che la società borghese spinge con sempre più forza. Bellocchio ci dice che è dura essere liberi ma un uomo, da solo, può e deve farlo. E deve trasmettere questi valori al figlio, per non farlo crescere nell’ipocrisia di chi sceglie la cosa più conveniente a quella giusta.

Voto: 7

I segreti di Brokeback Mountain

Titolo originale: Brokeback Mountain

Regista: Ang Lee

Anno: 2005

Ennis e Jack, due cowboy, contadini-pastori del Wyoming, passano dei mesi a prendersi cura di un gregge di pecore a Brokeback Mountain. Vivono una vita selvaggia, una sopravvivenza guidata dalle necessità. Il bisogno degli altri li fa sentire una solitudine che pian piano li avvicina fino a renderli amanti. Vivono una vita di avvenimenti e non di parole, da soli in una natura che con la sua vastità e imponenza li rimette al proprio posto, finalmente riescono ad aprirsi, ad essere se stessi senza paure e senza vergognarsi, senza insicurezza.
Ma l’Eden non dura e perché scoperti amarsi invece di attendere alle pecore perdono il lavoro. Per tutta la vita cercheranno di inserirsi, di sopravvivere in quella società che li ha portati via dal loro paradiso perduto. Ci provano, lavorano e mettono su famiglia, in certi momenti le cose sembrano anche andare bene, ma sotto sotto non ce la fanno, hanno bisogno l’uno dell’altro, hanno bisogno di rivivere il ricordo di quello che è stato l’unico periodo in cui hanno vissuto veramente, in cui hanno potuto essere se stessi, in cui sono stati felici.
La società degli anni ’60-’70 è brutale: la donna deve subire le decisioni di un marito che la ignora, deve lasciare il lavoro perché qualcuno deve badare ai figli e quel qualcuno di certo non è il marito, deve accettare le scappatelle del compagno, mentre l’omosessuale perde il lavoro, non viene assunto, viene pestato a morte. La società è però soprattutto psicologicamente repressiva; infatti Ennis non accetterà mai fino in fondo la sua omosessualità, sebbene sappia che è solo in essa e con Jack che può davvero essere se stesso, rifiuta una vita da solo col compagno, lo allontana ogni volta che si sente fragile, che l’altro prova ad avvicinarlo. Nella sua limitatezza contadina, Ennis non riesce a immaginarsi una vita omosessuale, contronatura, contro l’unico insegnamento che gli è stato dato: quello del padre.
La vita normale è noiosa, la società del benessere con il suo consumismo non soddisfa uomini il cui ideale è la spartana vita di montagna, tra le foreste e i ruscelli, attorno al fuoco o dentro una tenda, cavalcando in una prateria o nuotando in un torrente. Devono ritrovarsi, rivivere per pochi giorni alla volta il loro idillio, con la consapevolezza che questi incontri non potranno renderli davvero felici e col tempo lo saranno sempre meno.
Sono due innamorati maledetti, che non accettano compromessi, per cui non possono vivere insieme e non possono vivere separati.
I due cowboy sono molto diversi da quello che è il loro stereotipo; sono uomini fragili, che non sanno fare tutto ma che, spinti dalla necessità, devono adattarsi a combattere le lotte quotidiane, hanno le loro frustrazioni, si disperano ma vanno avanti perché è l’unica cosa che possono fare. I loro cappelli sono maschere dietro cui nascondere uno sguardo impaurito, il loro silenzio un’arma che tiene a distanza l’interlocutore dalla più grande minaccia, aprirsi.
Ennis finisce da solo, lontano dalla famiglia che in città si è trovata un altro uomo e lontano dal suo compagno che improvvisamente trova una morte violenta. Va a trovare i genitori del defunto e ritrova, nella camera di Jack, le camicie che indossavano l’ultimo giorno della prima volta a Brokeback, quando si diedero addio con una scazzottata perché Ennis reagì con l’aggressività alla paura di perdere Jack e di ammettere la propria omosessualità. Le camicie non sono state lavate e sono ancora macchiate del loro sangue. Ennis le appende nel suo armadio, di fianco al maglione che qualche tempo dopo la figlia dimentica a casa sua quando gli annuncia che sta per sposarsi. L’armadio come memoria, i vestiti degli altri come ricordi.
Il tempo della storia scorre a fisarmonica: è lentissimo a Brokeback, dove la vita è calma e ogni piccolo fatto un avventimento, si sussegue repentina in città, con gli anni passano che neanche ce ne accorgiamo. Questo contrasto temporale è anche il contrasto della memoria selettiva dei due protagonisti, che indulgono nei ricordi del tempo insieme e ignorano il mondo di tutti i giorni.
La vita non è che sofferta sopravvivenza, vissuta nel pensiero di quei pochi momenti di vera felicità.

Voto: 8

La maison tranquille

Registi: Georges Melies

Anno: 1901

Tre matti fanno un buco sul pavimento e ne combinano di tutti i colori nell’appartamento sottostante.
Comica vera e propria, a differenza del solito qui Melies non usa trucchi “magici” per stupire il pubblico: a farlo bastano i protagonisti con la loro incontenibile esuberanza.
I due piani d’azione del film sono sì disorientanti ma perfettamente funzionali al corto: non riuscendo a tenere dietro a cosa succede contemporaneamente nei due appartamenti il senso di caos è amplificato.

Voto: 5